p. 14 – COMUNICARE IL SOCIALE SENZA ALIBI

Intervista a Enrico Serpieri, head of sviluppo territoriale Italia e risposta alle emergenze di Save the Children Italia

DAL CAMPIDOGLIO A SAVE THE CHILDREN: TRENT’ANNI DI LINGUAGGI E POLITICHE PER CHI RESTA AI MARGINI

In un Paese che fatica ancora a definire con chiarezza i confini della propria povertà – educativa, abitativa, digitale – la capacità di trasformare dossier tecnici in narrazioni accessibili è diventata un elemento strategico di policy. Enrico Serpieri, giornalista di formazione e oggi Head of  Sviluppo Territoriale Italia e Risposta alle Emergenze di Save the Children Italia, questa frontiera la presidia da quasi trent’anni.

Tutto comincia nel 1996, quando approda in Campidoglio come addetto stampa e scopre un tema di cui “non si occupava nessuno”: la condizione del popolo rom. Da lì, un percorso che lo porterà a coordinare la comunicazione delle Politiche sociali del Comune di Roma, affrontare emergenze sociali, progettare interventi di inclusione e, più tardi, a gestire fondi europei in Regione Lazio per diritto allo studio e welfare territoriale.

Oggi Serpieri siede ai tavoli di confronto istituzionali con l’obiettivo di trasformare dati e storie in provvedimenti concreti. Lo fa con la consapevolezza che, senza un lessico comune fra istituzioni, terzo settore e opinione pubblica, i diritti sociali rischiano di rimanere lettera morta. In questa conversazione parte dal suo “triplo sguardo” – PA, enti locali, non-profit – per spiegare perché la comunicazione rimane la prima infrastruttura del welfare e quali sfide attendono chi si occupa di advocacy in un ecosistema saturato da IA generativa, open-data e storytelling emotivo.

La sua carriera ha attraversato istituzioni diverse, sempre con un forte focus sociale. Cosa ha imparato, sul campo, in questi anni così intensi?

«La curiosità è sempre stata la mia bussola. Quando, da cronista cittadino, entrai in Campidoglio nel 1996, volevo capire come funzionasse davvero la macchina pubblica. Rimasi perché capii che, se ben usata, la comunicazione istituzionale può cambiare le cose. Una tragedia al campo Casilino 700 – due bambini rom morti nell’incendio di una baracca – mi mise di fronte a un bivio: limitarmi a “mandare note” o provare a costruire soluzioni. Scelsi la seconda strada e da quella scelta nacque un lungo lavoro sulle comunità rom, allora tema quasi tabù. Più tardi, in Città metropolitana, occupandomi di formazione e lavoro, scoprii quanto il welfare passi dall’autonomia professionale. In Regione Lazio, gestendo fondi europei e diritto allo studio, imparai a tradurre grandi numeri in servizi concreti. Oggi, a Save the Children, unisco tutte queste lezioni: continuo ad ascoltare i territori con l’occhio del giornalista, intreccio reti come un funzionario pubblico e racconto storie che poggiano su fatti verificabili».

Come si riesce a comunicare efficacemente un progetto sociale, evitando pietismo e stereotipi? Quali sono, secondo lei, gli elementi chiave per costruire una narrazione autentica?

«Non credo nelle campagne che puntano solo sul senso di colpa: nelle situazioni di emergenza assoluta funzionano, certamente. Ma rischiano di non coinvolgere pienamente chi dona. Per costruire una comunità solidale servono trasparenza radicale – budget, obiettivi, tempi, anche gli errori – e rispetto della dignità delle persone di cui parliamo. Mostrare solo la sofferenza ed il dolore rischia di generare peraltro assuefazione; bisogna raccontare la speranza insieme alla fatica, la dignità insieme alla fragilità. Solo così si costruiscono relazioni durature e si smonta lo stereotipo che vuole i beneficiari eternamente dipendenti dall’assistenza».

Nel suo attuale ruolo a Save the Children, quali sono le aree del Paese o le tematiche più critiche su cui è necessario intervenire con urgenza?

«La frattura territoriale resta la ferita più profonda: un bambino nato oggi in alcune zone della Calabria ha una speranza di vita, in media, nove anni meno minore di quella di uno nato a Trento. Lo stesso divario si legge nell’accesso ai nidi, nei risultati Invalsi, nella dispersione scolastica. In molte aree interne la chiusura di una pluriclasse non è solo un fatto educativo: è desertificazione sociale. Accanto a questo c’è la fragilità abitativa che intreccia migrazione e lavoro povero: famiglie che sopravvivono in ex fabbriche dismesse nell’indifferenza generale. Finché non affronteremo questi numeri con una visione almeno decennale da parte della politica– e risorse stabili, non a spot – continueremo a tamponare senza risolvere».

Qual è il ruolo della comunicazione nel rafforzare l’impatto delle politiche sociali? E quanto conta il linguaggio pubblico nel costruire alleanze tra istituzioni, cittadini e Terzo Settore?

«La comunicazione fra parti è una infrastruttura fondamentale del welfare. Se il Comune pubblica un bando in burocratese e il Terzo Settore risponde con gergo da project-manager, il risultato è che nessuno capisce nessuno. Serve un lessico condiviso che traduca la complessità normativa in obiettivi chiari. Quando la bozza di un avviso si scrive insieme – amministratori e non-profit allo stesso tavolo – la coprogettazione diventa reale, si riducono i contenziosi e aumenta l’impatto. Poi c’è il racconto pubblico: se chiami “assistenzialismo” la lotta alla povertà alimentare, legittimi l’idea che chi chiede aiuto sia un peso; se la definisci diritto essenziale, abiliti politiche più coraggiose. Le parole non sono neutre: aprono o chiudono strade».

Dopo la pandemia si parla molto della necessità di un nuovo patto tra istituzioni e soggetti del welfare. Cosa serve oggi per renderlo davvero efficace?

«Il Covid ha mostrato quanto il Terzo Settore sappia arrivare dove le istituzioni non arrivano, ma ha anche evidenziato i limiti di rapporti fondati su convenzioni a tempo. Un patto efficace richiede risorse pluriennali legate a risultati, non a scadenze elettorali; competenze miste, perché i funzionari pubblici devono conoscere la flessibilità del non-profit e il non-profit il linguaggio amministrativo; infine, valutazione partecipata, con i beneficiari seduti al tavolo di monitoraggio. Senza queste condizioni, continueremo a inseguire emergenze anziché programmare futuro».

Guardando ai prossimi anni, quali sono le sfide che più l’appassionano e che ritiene decisive per rafforzare la giustizia sociale e territoriale in Italia?

«La prima è l’inclusione dei nuovi italiani: senza politiche serie di cittadinanza attiva rischiamo un welfare senza popolazione giovane. La seconda è l’uso intelligente dei dati che già possediamo – natalità, carenza di medici, chiusure scolastiche – per pianificare servizi a lungo termine. La terza riguarda la filiera educativa: nidi, tempo pieno, mense scolastiche, orientamento, doposcuola sono anelli della stessa catena; se salta uno, crolla tutto. Infine, dobbiamo curare il linguaggio pubblico: chiamare la povertà educativa o la salute mentale con il loro nome, senza stigmi né eufemismi, significa legittimare le persone a chiedere aiuto e le istituzioni a intervenire. La speranza non è un sentimento vago: è politica di lungo respiro e parole che non tradiscono la realtà».