Perchè prevenzione e comunicazione devono partire dal territorio
Di Giulio Notturni, Esperto di comunicazione sanitaria
«La sanità non può più limitarsi a curare: il sistema basato sull’intervento al momento del bisogno non è più sostenibile»
Negli ultimi anni la sanità italiana si trova a un bivio: da una parte la solidità di molte eccellenze cliniche e di ricerca; dall’altra il peso crescente di tendenze demografiche e comportamentali che rischiano di sovraccaricare il sistema sanitario nei prossimi decenni. La sanità non può più limitarsi a curare: il sistema basato sull’intervento al momento del bisogno non è più sostenibile. Bisogna iniziare a prevenire seriamente.
I dati ISTAT sullo stato di salute e sull’offerta sanitaria nelle città (Focus, maggio 2024) fotografano una realtà nota ma sempre più urgente: invecchiamento della popolazione, aumento dell’obesità (con un allarme particolare per l’età pediatrica) e forti disomogeneità nell’accesso ai servizi. Se non si cambia paradigma, il nostro Servizio Sanitario Nazionale rischia di essere progressivamente sovraccaricato da una domanda di cura crescente e spesso prevenibile. Di fronte a questa sfida, due leve emergono con chiarezza: le città — come centri decisivi di prossimità e governance — e la comunicazione pubblica, capace di tradurre conoscenza in comportamenti attivi.
Perché le città? Perché sono il luogo dove i fattori sociali, ambientali e comportamentali si intrecciano e determinano il rischio sanitario. Le aree urbane concentrano anziani, famiglie, scuole, luoghi di lavoro e reti associative; conoscono i bisogni specifici e dispongono di infrastrutture che, se ripensate, possono promuovere la salute quotidiana. I comuni, inoltre, hanno margini di sperimentazione e velocità d’azione difficili da raggiungere a livello regionale e nazionale: possono attivare percorsi scolastici per l’attività fisica, inserire mense con scelte alimentari più sane, progettare spazi pubblici che incentivino la mobilità attiva, o avviare screening e campagne locali mirate.
Mappe dei bisogni territoriali, indicatori locali e co-progettazione con i cittadini permettono di disegnare interventi aderenti ai contesti reali: un quartiere con scarsa offerta di aree verdi richiede soluzioni diverse rispetto a uno con forte dispersione di servizi socio-sanitari. La governance integrata — che coinvolge ASL, scuole, associazioni, imprese e terzo settore, Municipi — è la condizione perché gli interventi non restino episodici ma diventino pratiche strutturali e replicabili.
La priorità è ridurre la “richiesta di salute” lavorando su prevenzione e stili di vita. L’invecchiamento della popolazione (oltre il 23% di ultrasessantacinquenni) e l’aumento di patologie croniche impongono una riorganizzazione della presa in carico territoriale; ma è la diffusione di comportamenti a rischio — sedentarietà, alimentazione scorretta, consumi nocivi — che, se affrontata con politiche efficaci, può alleggerire il carico futuro sul SSN. L’evidenza scientifica è chiara: attività fisica regolare e corretti pattern alimentari riducono il rischio di malattie cardiovascolari, diabete, alcuni tumori e disturbi mentali, con impatti positivi anche su produttività e qualità della vita. Per l’Italia, aumenti moderati dell’attività fisica nella popolazione sono stati stimati in risparmi misurabili per il sistema sanitario, oltre che in minori costi sociali.
Ma avere piste ciclabili e palestre scolastiche non è sufficiente. Qui entra in gioco la comunicazione pubblica: non è un orpello, è il cuore della transizione. La Pandemia ce l’ha insegnato: informare non vuol dire solo diffondere dati; significa costruire fiducia, combattere disinformazione e adattare i messaggi ai linguaggi e alle barriere culturali dei diversi territori. Una campagna ben progettata raggiunge i genitori nelle scuole, motiva gli adolescenti nei luoghi dove si incontrano, convince gli over 65 attraverso canali tradizionali e reti di prossimità. I medici di base, gli insegnanti e le associazioni locali devono diventare gli ambassador naturali di questi messaggi, supportati da campagne multicanale che combinano media tradizionali e digitali.
La comunicazione ha anche una funzione di equity. In Italia le disuguaglianze territoriali si traducono spesso in disparità di informazione e accesso ai servizi. Messaggi calibrati possono raggiungere gruppi vulnerabili — anziani isolati, comunità migranti, ragazzi a rischio di esclusione — e ridurre divari. È fondamentale evitare approcci “one-size-fits-all”: le campagne nazionali devono essere declinate nei territori, con materiali e strategie costruiti insieme alle amministrazioni locali e alle organizzazioni comunitarie.
Quali azioni pratiche servono? Alcuni passi concreti e sinergici:
Investire risorse stabili nella prevenzione: non solo progetti estemporanei, ma finanziamenti pluriennali per programmi scolastici, screening territoriali e iniziative comunitarie strutturate. Oggi solo il 5% del Fondo Sanitario Nazionale è destinato alla prevenzione e, cosa ancora più grave, non tutte le Regioni riescono a impiegare queste risorse.
Ridisegnare gli spazi urbani per favorire la mobilità attiva: piste ciclabili sicure, marciapiedi fruibili, spazi verdi vicini ai quartieri residenziali e aree gioco per i bambini.
Promuovere programmi sportivi gratuiti o a basso costo nelle scuole e nei centri di quartiere, con attenzione particolare alle fasce di popolazione meno attive. Il Comune di Roma e la Regione Lazio stanno sperimentando voucher sportivi per le famiglie che ne abbiano bisogno, penso sia una sperimentazione da portare avanti e ampliare l’offerta con maggiori fondi.
Implementare campagne comunicative targettizzate e validate scientificamente, con strumenti di monitoraggio del reach e dell’impatto comportamentale. I comuni e le città metropolitane devono dedicare risorse professionali e strumentali a questo obiettivo, non più rimandabile.
Favorire la governance locale: finanziare sperimentazioni comunali e creare reti che colleghino ASL, scuole, terzo settore e imprese.
Misurare e valutare: adottare indicatori territoriali (prevalenza di obesità, livelli di attività fisica, accesso ai servizi) per capire cosa funziona e scalare le buone pratiche.
La sfida non è tecnica: abbiamo competenze cliniche, enti di ricerca e realtà civiche pronte a collaborare. È politica e culturale. Serve una nuova cultura della cura che consideri la salute come un bene collettivo da costruire nel quotidiano, non solo come evento da trattare in ospedale. Le città possono diventare i laboratori permanenti di questa transizione, dove politiche urbane, comunicazione strategica e partecipazione civica si incontrano per trasformare la domanda di salute.
Investire oggi in prevenzione urbana e in comunicazione efficace significa risparmiare domani in ospedali affollati e nella perdita di benessere. Vuol dire, soprattutto, restituire alle comunità il controllo sulla propria salute: città più vivibili, cittadini più informati e sistemi sanitari più sostenibili. È tempo di mettere le nostre città — e la capacità di comunicare bene — al centro della politica della salute.
Roma Capitale potrebbe essere un fondamentale laboratorio sociale e culturale di questa nuova visione della città impegnate in prima linea sulla promozione della salute dei cittadini. Perché non dedicare risorse umane e strumentali a questa sfida? Una città in salute è l’unica garanzia di un futuro sostenibile e in buona salute per tutti i suoi cittadini.