Spinaceto Cultura e il Teatro della Dodicesima: trentacinque anni di comunità, formazione e palco
Intervista a Massimo Mattei Otranto, Direttore artistico del Teatro della Dodicesima / Spinaceto Cultura
«Il teatro, qui, non chiude mai la porta ma si allarga al quartiere»
A Spinaceto, periferia sud di Roma, il teatro non è soltanto un palcoscenico: è un presidio civico, uno spazio di formazione, un punto d’incontro che da 35 anni tiene insieme generazioni diverse. Spinaceto Cultura nasce all’inizio degli anni Novanta dal gesto concreto di un gruppo di residenti che decide di “aprire” luoghi chiusi e trasformarli in bene comune. Da allora, quel seme è diventato il Teatro della Dodicesima: corsi, rassegne, concerti, una sala attrezzata, un foyer che accoglie incontri e musica dal vivo e un giardino che, d’estate, si fa palcoscenico naturale. Oggi la realtà è riconosciuta come uno dei poli culturali più importanti del Municipio IX, stimata ben oltre i confini del quartiere.
Come nasce Spinaceto Cultura?
Spinaceto Cultura nasce all’inizio degli anni Novanta da un gesto di cittadinanza attiva: un gruppo di residenti apre e ripulisce spazi inutilizzati a Largo Cannella, trasformandoli in un bene comune. Quello scatto collettivo accende un progetto che unisce formazione, socialità e spettacolo dal vivo. I primi corsi sono di danza; subito dopo arrivano teatro e musica, mentre lo spazio cresce insieme alla comunità che lo anima.
La svolta arriva a fine anni ’90 con il trasferimento negli attuali locali di via Carlo Avolio: è qui che il progetto trova una casa stabile e una nuova guida. In una fase delicata — segnata anche dalla scomparsa di figure storiche — Maria Otranto e Paolo Mattei raccolgono il testimone e riorganizzano l’associazione, ripartendo con un primo corso di teatro e rimettendo gradualmente in moto l’intera macchina. Da quel lavoro paziente nascono la scuola di recitazione e la scuola di educazione musicale, una programmazione regolare di spettacoli, e il Teatro della Dodicesima come lo conosciamo oggi: sala attrezzata, foyer per incontri e musica, un giardino che d’estate diventa palcoscenico all’aperto.
Da quest’anno il percorso compie un salto in più: il Teatro della Dodicesima fa parte del progetto artistico della United Artists srl che a giugno scorso ha ottenuto dal Ministero della Cultura il riconoscimento di Teatro della Città di Roma – Teatro d’Italia. Questo inserimento crea un ponte stabile centro–periferia: il Teatro della Dodicesima diventa lo spazio “di quartiere” di un teatro storico della città, con scambi di programmazione, ospitalità e nuove occasioni di relazione con il pubblico. È un riconoscimento del valore culturale del presidio e, insieme, un’opportunità concreta per far circolare spettacoli, talenti e formazione tra un palco centrale e uno radicato nel territorio.
In sintesi, Spinaceto Cultura non è solo un luogo di spettacolo: è la continuità di un’idea civica — dai cittadini di Largo Cannella a Maria Otranto e Paolo Mattei — che intreccia reti e responsabilità per una cultura davvero accessibile.
Quali sono le attività che svolgete oggi e come si sono evolute negli anni?
All’inizio la spinta arrivava soprattutto dalla danza – i primi corsi nascono grazie a una coppia di ballerini che mise anima e competenze nel progetto – e subito dopo sono arrivati teatro e musica. Da allora il palinsesto si è ampliato senza perdere coerenza: accanto alla scuola di recitazione (oggi abbiamo percorsi base, avanzati e attività per bambini e ragazzi) c’è una scuola di educazione musicale strutturata, corsi di sceneggiatura e drammaturgia, laboratori creativi ed iniziative ed attività per la promozione e diffusione della cultura indiana in collaborazione con il Centro yoga Swami Vishnu.
Alla formazione si è affiancata una programmazione stabile di spettacolo dal vivo: prosa, concerti, incontri, anteprime. La nostra casa, in via Carlo Avolio, è cresciuta insieme alle persone che la abitano: abbiamo una sala teatrale attrezzata, un foyer che ospita musica e talk, e un grande giardino dove, d’estate, portiamo fuori il palco e facciamo vivere un vero festival “all’aria aperta”. L’idea è sempre la stessa: far sì che lo spazio si adatti ai progetti – e non viceversa – mettendo a disposizione ambienti, tecnica e strumenti perché le cose possano accadere bene.
Che effetto fa – e che responsabilità comporta – essere di fatto l’unico teatro di quartiere, un presidio culturale stabile?
La responsabilità è grande, ma è anche la nostra motivazione quotidiana. Essere “l’unico teatro” non significa soltanto programmare spettacoli: vuol dire garantire continuità, accoglienza, accessibilità. Chi entra per la prima volta deve sentire subito che questo è un luogo aperto: ci interessa l’arte, certo, ma ci interessa ancora di più la persona. Lavoriamo perché nessuno si senta escluso, perché ogni allievo, spettatore o cittadino trovi qui la competenza e l’umanità per esprimersi: artisticamente, civicamente, politicamente nel senso più alto del termine, cioè come visione del proprio quartiere e della propria città. Il confronto è nel nostro DNA, ma non diventa mai scontro: lo spazio teatro funziona quando riesce a tenere insieme differenze e a trasformarle in crescita. E poi c’è la dimensione “civica” che rivendichiamo: la sala, il foyer, il giardino sono anche luoghi di assemblea e partecipazione, dove si discute di problemi del territorio e si costruiscono soluzioni. Un teatro che non ascolta il suo quartiere, a nostro avviso, perde metà della sua ragion d’essere.
Prossime iniziative: su cosa state lavorando?
Da ottobre riparte il cartellone con un mix di spettacoli di prosa, concerti, presentazioni e incontri. Ci piace molto intrecciare le nostre attività con quelle delle realtà del territorio: da anni collaboriamo con la Libreria del Sole e, in questa fase, anche con la Biblioteca comunale – che sta ristrutturando la sede – ospitando alcune loro iniziative e progettando insieme.
Sulla parte “contenuti” ci aspettano lezioni-spettacolo, approfondimenti letterari e appuntamenti musicali: ad esempio, una lezione dedicata a Leopardi a cura del critico e saggista Filippo La Porta, in dialogo con una messinscena di una compagnia ospite. Parallelamente continuiamo il lavoro di scuola: recitazione, musica, scrittura per la scena, con percorsi annuali e moduli intensivi. E, come ogni anno, porteremo fuori dalla sala una parte della programmazione, perché il nostro giardino non è soltanto un bel luogo: è un modo per dire che il teatro, qui, non chiude mai la porta ma si allarga al quartiere.